Quando il mondo sembra smarrito e rumoroso, io continuo a vedere Dio all’opera

Quando guardo il mondo di oggi, dal bagliore di uno schermo del telefono al silenzio tra i banchi, non vedo apatia; vedo inquietudine. Le persone stanno cercando. C’è un impulso sotto tutto lo scorrere e l’affannarsi, un desiderio profondo di qualcosa di solido, significativo e trascendente.

Come pastore, non considero questo un declino spirituale. Lo vedo come santa inquietudine, un anelito per il Dio che molti hanno dimenticato come nominare. Viviamo in un’epoca in cui la verità è spesso presentata come preferenza personale e la fede ridotta a rito privato. Ma il mondo, con tutto il suo caos e la sua frammentazione, continua a porre domande antiche: Chi sono? Perché esiste la sofferenza? C’è qualcosa o qualcuno che mi vede davvero? Ed è proprio lì che credo che il Vangelo diventi più rilevante, non meno.

Dio non è distante dal disordine. Vi è entrato. Ha pianto, ha sanguinato, ha camminato in mezzo a noi non per fuggire dal mondo, ma per redimerlo.

Il Regno di Dio nelle crepe

Troppo spesso immaginiamo l’opera di Dio in luoghi immacolati come cattedrali, sermoni e canti. Ma la maggior parte di ciò che considero sacro non accade dentro l’edificio della chiesa. È la coppia che si perdona dopo anni di silenzio. Il tossicodipendente che si aggrappa alla sobrietà per un altro giorno. Il rifugiato che prega per la sicurezza mentre cammina verso un futuro incerto. Questi momenti forse non diventeranno mai virali, ma sono intrisi di grazia.

Penso che abbiamo sottovalutato quanto radicalmente Dio valorizzi ciò che è trascurato. La Scrittura mostra, ancora e ancora, che Dio opera attraverso ciò che il mondo scarta: grembi sterili, pastori erranti, semi di senape, corpi spezzati. Questo è il modello. Egli non richiede perfezione per agire; richiede resa. E la resa spesso comincia nei luoghi che meno ci aspetteremmo.

Chiamati a portare il fuoco

Credere in Dio oggi non significa evadere la realtà, ma portarvi un fuoco diverso. Come pastore, non sono qui per gestire le credenze delle persone. Sono qui per ricordare loro una verità più profonda: che Dio non ha abbandonato il mondo e neppure noi dovremmo farlo.

La missione della Chiesa è l’incarnazione. E questo significa entrare nel dolore del mondo con compassione, nella sua confusione con chiarezza e nella sua disperazione con speranza. Non perfettamente, ma fedelmente. Perché se il mondo soffre ancora, allora la Chiesa ha ancora lavoro da fare.

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